rivista anarchica
anno 37 n. 331
dicembre 2007 - gennaio 2008


 

Ricordando
GianPaolo Verdecchia

 

Sabato 20 ottobre alle 11, quando le ceneri del nostro amico GianPaolo Verdecchia sono state disperse in Arno, e la sua dolce forte compagna ci regalava dei sorrisi, e la Banda dei Fiati Sprecati suonava la sua versione di “Addio a Lugano bella”, e il cantante snocciolava il vecchio repertorio dei canti anarchici, e la sabbia gialla del greto del fiume si sollevava col vento, e le nuvole bianche veleggiavano sospese in un cielo turchino, e le nostre bandiere sventolavano senza sosta, e i nostri fiori galleggianti sull’acqua davano un effetto un po’ indiano alla cerimonia, e i ciclisti curiosi si affacciavano in quel punto del terrazzino là dove il Parco delle Cascine è denominato proprio all’Indiano, c’era molta gente riunita e cani festosi e occhi umidi... I canti sarebbero certamente piaciuti a GianPaolo che, come Jacques Brel, avrebbe voluto che al suo funerale si cantasse e si danzasse.

Acutissimo e ironico, ma di un’ironia mai cinica, ed invece profondamente empatica, anche nella sua attività era sempre partecipe del dolore e della paura (anche piccoli) degli altri, non solo compagni. Onestissimo quanto scrupoloso, intercalava al lavoro, la battuta che sapeva veicolarsi, per lui l’essere “compagno” riprendeva la dimensione etimologica nel senso di “mangiare e parlare insieme”.

Sostenuto dalla compagna Brigitte e dai figli, GianPaolo ha lottato fino in fondo contro un male che sembrava vinto e superato (fino a pochissimi mesi prima dell’aggravamento era presentissimo come lavoratore e come compagno) ma era riaffiorato prepotentemente negli ultimi tempi.

GianPaolo modello di vita, di capacità di relazionarsi, di comprensione dell’altro e di intelligenza militante, carica di spirito ironico anche corrosivo, ma sempre positivo. Confronta l’intervento di GianPaolo (sul numero dell’estate 2007 di “A”) uno dei rari e lucidissimi, testi di Verdecchia su problematiche attuali: uno scritto brillante quanto emblematico.
Sappiamo che una persona così lascerà un vuoto incolmabile, non soltanto da un punto di vista professionale (il Robin Hood dei dentisti, che prendeva il giusto ai clienti ricchi per regalare gli interventi ai clienti poveri), e nemmeno solamente da un punto di vista politico, ma specialmente da un punto di vista umano. Rendiamo onore a un amico sincero e ad una delle figure più limpide del movimento anarchico e libertario.

Eugen Galasso e Patrizia “Pralina” Diamante

GianPaolo Verdecchia

Poche righe voglio aggiungere a questo ricordo di Eugen e Pralina. Per ricordare un compagno che ha attraversato 4 decenni di storia dell’anarchismo militante fiorentino con perseveranza e soprattutto una grande umanità, un cuore grande così. Avevamo raggiunto l’età in cui i ricordi si affollano, a volte un po’ confusi (l’età, appunto) e i “ti ricordi di quello, che fine ha fatto?” oppure “A quella manifestazione c’ero anch’io” provocavano emozioni e valutazioni. Un altro del ’68 che se ne è andato.

Ma, a partire dai suoi cari, giù giù attraverso i tanti compagni che gli hanno voluto bene (e magari si son fatti mettere le sue esperte mani in bocca), non ha vissuto invano.

Io poi ho perso il mio tassista personale a Firenze. Dove lo trovo un altro che venga sempre a prendermi a Santa Maria Novella quando c’è un’iniziativa a Firenze?
Piccolo grande GianPaolo, che peccato che tu non ci sia più.

Paolo Finzi


Chiudiamo questo ricordo pubblicando il testo di una poesia letta all’Indiano (Parco delle Cascine, Firenze) nel corso dell’ultimo saluto a GianPaolo Verdecchia

sabato mattina 20 ottobre 2007

Eravam militanti per davvero
E nei ’60 feci la conoscenza
Del compagno Verdecchia del Cafiero
Noi dal Durruti si facea la concorrenza...

Le idee le avevi per ieri oggi e domani
Sempre lucido a fare gl’interventi
Sapevi dove mettere le mani
E a molti ce le hai messe anche
fra i denti...

Dove sei andato noi non si capisce
Qui si continua a fare i’ che si può
La nostra idea il mondo la svilisce
Tutto si cambia ma la testa no...

Ora t’han chiuso dentro un bussolotto
Noi ti si libera e ti si rimette al vento
Un anarchico che ha fatto il ’68
È sempre pronto ad un altro intervento...

Vincenzo Mordini